Il deserto per il popolo d'Israele - Cammino quaresimale a cura di don Nicola Casuscelli - seconda parte

News del 17/02/2013 Torna all'elenco delle news

In piena corrispondenza con il monte e i luoghi d’acque, anche il deserto nell’Antico Testamento assume il duplice aspetto del sacro: è il luogo dove YAHWE si rivela, ma anche la dimora dei demoni che minacciano l’uomo con l’impurità, le malattie, la morte.
 

  • Il valore positivo del deserto come luogo sacro è testimoniato dalle numerose narrazioni che riportano le teofanie nel deserto
     
  •  nello stesso tempo, il deserto è il luogo di pericoli mortali, della lontananza di Dio, delle potenze demoniache. In base alla sua qualifica di demoniaco, il deserto può diventare immagine del regno dei morti.

     
L’esperienza esodica

In Es 15,22 si dice: « Mosè fese levare l’accampamento d’ Israele dal Mare Rosso e si incamminarono verso il deserto di Sur»
È da questo punto che inizia per Israele il lungo cammino di quarant’anni, che lo condurrà fino alla conquista della Terra Promessa.

Il libro dell’Esodo racconta che il popolo, dopo la liberazione dalla schiavitù d’Egitto e l’euforia del passaggio del Mar Rosso, si mostra ben presto stanco, insoddisfatto, ribelle e nostalgico.

È colmo di reminiscenze e di rimpianti da cui non riesce a liberarsi. Mormora in continuazione e, perfino, si rivolta per i disagi che incontra lungo la via: mancanza di cibo e di acqua, nausea della manna, pericoli dei nemici, ecc.
Dimentico della sua passata condizione di schiavitù in Egitto e dei prodigi che il Signore ha compiuto per liberarlo, non si presta a collaborare per mantenere la libertà ricevuta in dono.

Mosè dinanzi alle persistenti maldicenze e sollevazioni di popolo, si scoraggia, perché si sente incapace di condurre a termine un’ impresa così dura, e si lamenta fortemente con Dio, desiderando persino la morte, per avergli dato la missione di guidare un popolo che di giorno in giorno si rivela sempre più impossibile ad essere governato, e sordo alla voce del Signore. Dio, invece, nonostante l’atteggiamento ostile di un popolo che egli ha liberato e beneficato in mille modi, nonostante la dichiarata impotenza di Mosè a guidarlo, si mostra ricco di misericordia e di pazienza. A tempo opportuno, interviene con amore per legarlo a sé perché riesca a superare la prova del viaggio lungo e difficile, incoraggia e sostiene Mosè e, quando è necessario, punisce gli ostinati. Così egli entra nella vita d’Israele come il Dio unico e vero, dimostrando come nessun’altra divinità avrebbe potuto farsi conoscere come salvatore nella storia.
Alla luce di tali fatti, Israele non poteva ammettere altri dei, ma piegarsi e ripetere: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!» (Es 19, 8).

In sintesi, i quarant’anni passati nel deserto rappresentano nella vita di Israele e nel ricordo delle generazioni successive uno dei periodi più ricchi di ammaestramento, sia “per l’età d’oro” dell’Alleanza e del “primo amore” con Dio, sia anche per le tentazioni, le mormorazioni e ribellioni, punite da Dio ad insegnamento per il tempo futuro, ma soprattutto per l’esempio della fedeltà e sollecitudine paterna di Dio, il quale ben a ragione poteva dire ad Israele: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
     Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna... per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane... ma di quanto esce dalla bocca del Signore... Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te
» (Dt 8, 2-3. 5).
     
    
Geografia spirituale

Osservando i testi di Esodo, Numeri e Deuteronomio in cui si parla del cammino che Israele fece per giungere nella Terra Promessa, “la geografia sembra chiara e precisa, ma ad un esame più accurato risulta molto enigmatica”. Data l’oscurità delle indicazioni geografiche, bisogna dire che per gli autori biblici il periodo del deserto, più che un preciso ricordo di fatti ben documentabili, rappresentava piuttosto un’epoca emblematica, un luogo simbolico. Là YAHWE si rivelò come salvatore dalle acque mortali dell’Egitto e guida verso le acque della vita nuova che egli voleva dare al suo popolo.

Nei racconti sul deserto e sul Sinai, Israele ha cercato di cogliere il mistero storico della propria esistenza, cioè il fatto di essere il popolo di YAHWE, il Dio vivo.
     

testo di don Nicola Casuscelli, vicedirettore dell' Ufficio Liturgico diocesano e presidente della Commissione pastorale liturgica.