Festa della Madonna della Consolazione - Omelia di Morrone: "Noi cristiani siamo chiamati ad una cittadinanza attiva"

News del 13/09/2022 Torna all'elenco delle news

Ecco il testo integrale pronunciato dal presule in occasione della Solennità della Madonna della Consolazione

 

Carissimi vi saluto tutti e ciascuno nel Signore Gesù.

 

Un saluto riconoscente ai confratelli nell’episcopato qui presenti, a tutti i presbiteri, ai diaconi, alle religiose e ai religiosi e ai seminaristi qui convenuti. Saluto e ringrazio i portatori della vara, i volontari e tutti coloro che hanno dato il loro significativo contributo alla nostra festa.

 

Saluto riconoscente a tutte le autorità civili, politiche e militari che ci onorano della loro presenza, in particolare il Prefetto Mariani e il sindaco facente funzioni Paolo Brunetti che ringrazio per il suo intervento, il sindaco facente funzione della città metropolitana Carmelo Versace e il prefetto Massimo Mariani, il questore Bruno Megale.

 

Grazie per la disponibilità e la collaborazione offerta per la buona riuscita della festa e grazie per il lavoro svolto a vantaggio della nostra città.

 

Carissimi, dopo il periodo delle restrizioni dovute al Covid, la nostra città esprime nuovamente la gioia di incontrarsi sotto lo sguardo consolante di Maria, uno sguardo dolcissimo che esprime vicinanza materna nel momento difficile della ripresa, su cui si addensano però le nubi della guerra, della difficoltà economica ed energetica, dei vari conflitti che rischiano di assurgere a sistema in nome di particolarismi e di potere. Il tempo che abbiamo trascorso nella pandemia ha fatto emergere ovunque e anche nella nostra città una grande ricchezza di umanità e di solidarietà, ricchezza che speriamo entri a regime e diventi stile di vita.

 

Sotto lo sguardo materno di Maria oggi ancora una volta abbiamo ascoltato le Beatitudini.

 

Le conosciamo a memoria, forse; sono infatti il programma di vita altra che Gesù ci ha regalato e che sua Madre ha imparato a personalizzare nella sua esistenza di donna credente. “Una spada a doppio taglio ti trafiggerà”, le aveva profeticamente annunciato il vegliardo Simeone quando giovanissima mamma con Giuseppe aveva presentato Gesù al Tempio. È la spada della Parola penetrata da cima a fondo in tutte le pieghe intime del suo essere donna, trasfigurandole la vita in una beatitudine permanente. La Chiesa per bocca di Elisabetta le riconosce infatti la prima delle felicitazioni messianiche: beata te perché ascoltando la Parola hai creduto, ti sei fidata. La fede, non tanto la credenza religiosa, nasce dall’ascolto della Parola, cioè dalla disponibilità ad affidare con tutto il cuore, con tutta la mente, e con tutte le forze la nostra vita al Dio di Gesù. Di Lui possiamo fidarci: è Dio infatti che per primo ci ascolta, si fida di noi, crede in noi, si affida a noi per realizzare in questo mondo il Suo Regno di giustizia e di pace. Tra noi e Dio si instaura come un circuito di mutuo ascolto che coinvolge le nostre umane relazioni fatte di ospitale conoscenza e simpatica accoglienza reciproca da cui scaturisce la fiducia, la stima, la serena e costruttiva collaborazione che si apre a tutte le persone che desiderano vivere, a partire da questa città, relazioni umane all’altezza del nostro cuore.

 

Da questa disponibilità, docilità ad aprire il nostro cuore all’azione dello Spirito, si generano le grandi opere di giustizia e di misericordia, di mitezza e di pace che Dio, come in Maria, vuole realizzare in noi, per noi, per tutti, ma non senza di noi. E da qui in poi anche noi saremo chiamati beati se come Maria, nostra madre, praticheremo le beatitudini. In questa nostra arcidiocesi non pochi credenti, per la maggior parte anonimi, hanno attuato il programma di vita del Signore Gesù lasciando in eredità una benedizione che non smette oggi di dare i suoi frutti in ogni ambito dell’esistenza di questa città. Si tratta di uno spaccato di Chiesa, del suo volto bello, buono, beato che noi tutti desideriamo vivere.

 

Questo ci dà speranza, ci aiuta a guardare avanti con sano e realistico ottimismo, nonostante le inevitabili difficoltà che di volta in volta la strada ci riserva.

 

In realtà, in questo primo anno di cammino sinodale, pur con tutti i momenti belli e costruttivi vissuti sia nelle nostre comunità parrocchiali sia a livello diocesano, e di cui sono grato a tutti voi, mi pare che in genere abbiamo faticato nella dinamica dell’ascolto e perciò dell’accoglienza, della stima, della gioiosa collaborazione, del penderci cura gli uni degli altri. La medesima difficoltà è stata riscontrata nella poca attenzione riservata a coloro che vivono la loro esistenza al di fuori dei nostri circuiti ecclesiali ma che in buona parte sono persone con le quali condividiamo relazioni e spazi quotidiani, non pochi quelli della porta accanto. Eppure la pratica mensile della Lectio avrebbe dovuto aprirci all’ascolto della realtà nella quale siamo tutti immersi e da questa ascoltare ancora la Parola per cogliere ulteriore intelligenza e pro-vocazioni.

 

In verità, l’ascolto è possibile lì dove ciascuno di noi, consapevolmente bisognoso di non bastare a sé stesso, si dispone a mettersi in gioco nella relazione con gli altri, impastati come noi del medesimo humus, di terra, come noi fibre di una trama di uno stesso tessuto umano fragile e in sé inconsistente. Lo sguardo sull’altro con molta probabilità allora sarà sostenuto dal simpatico e semplice riconoscimento che siamo tutti mancanti, pur abitati da tante possibilità. La beatitudine della povertà, sostanziale grammatica del nostro essere creature, è la porta d’accesso alla beatitudine dell’ascolto, condizione indispensabile per la fiducia che schiude il cuore a Dio e ai fratelli. In fondo si tratta di un esodo, di un’uscita da sé non scontata perché faticosa.

 

Senza questa interazione, camminare insieme diventa veramente difficile, rischiamo di rimanere bloccati nelle nostre posizioni. Pertanto, il dinamismo, il processo sinodale, necessita in tutti noi di un supplemento di umiltà, virtù umana e cristiana che scioglie relazioni ingrippate da risentimenti e altezzosità, infantilismi e atteggiamenti rancorosi che rivelano l’inconsistenza della nostro humanum. Lo stile e la postura sinodale è infatti un esercizio difficile di umiltà: senza di essa non ci sarà seria disponibilità al confronto con le persone con le quali abbiamo deciso di camminare insieme dietro Gesù. La fede in Lui non può che rimotivare e sostanziare questa disponibilità. Quale apertura ai punti di vista dell’altro, specialmente di chi non condivide la nostra speranza, potrà attuarsi, quale reale collaborazione o ancora di più corresponsabilità potrà mai esserci se ci sentiamo degli arrivati, quale dialogo può instaurarsi tra di noi se rimaniamo ingessati nelle nostre posizioni mentali, sociali, culturali ed ecclesiastiche? L’umiltà, ossia la serena consapevolezza dei propri limiti e delle proprie belle capacità, ci regala, non senza lotta interiore, quella gioiosa libertà di spirito che decentrandoci, ci apre all’attenzione degli altri, ci rende meno arroganti e pretenziosi.

 

L’attenzione, rileva Enzo Bianchi «è una lucida presenza a sé stessi che diviene discernimento della presenza del Dio che è nell’uomo» (E. BIANCHI, Le parole della spiritualità. Per un lessico della vita interiore, Rizzoli, Milano 1999, 72).

 

Pertanto l’ascoltarci con attenzione, è un atto di adorazione del Dio di Gesù che abita l’esistenza di tutti, pur essendo ignorato da molti. L’ascolto come esercizio da praticare anche in questo secondo anno di cammino, sappiamo che non è un mero e cortese sentire le idee altrui, ma ascoltare l’esperienza di vita dei fratelli o di coloro che da poco abbiamo conosciuto. Non un parlarsi addosso, ma far parlare la vita di ciascuno, facendosene carico, inventando occasioni di prossimità e circuiti di fraternità per offrire respiro e dignità umana. Questa è la vera sfida ecclesiale, profetica in questo nostro mondo del benessere egolatrico, dove l’ansia delle prestazioni a tutti i livelli per stare all’altezza delle aspettative altrui, offre frustrazioni e solitudini mortali. Che cosa avranno da offrire di così umano le nostre comunità si da attirare l’attenzione dei cosiddetti “lontani”, se anche nelle nostre parrocchie siamo lontani gli uni dagli altri, estranei o sconosciuti gli uni agli altri, mentre celebriamo il sacramento eucaristico in cui chiediamo allo Spirito di renderci uno in Cristo, famiglia di Dio? Certo, sto calcando i toni.

 

Ma dalla sintesi del cammino è emerso chiaro in tutti coloro che hanno preso parte a questa dinamica sinodale la gioia di ascoltarsi e di poter esprimere i propri desideri e timori, la riscoperta della dignità battesimale già nella concreta possibilità di avere la parola nell’assemblea dei credenti. È un semplice dirsi: ci sono anch’io, mi fai spazio, posso esprimere il mio parere, posso collaborare e prendere parte alle comuni decisioni per sentirmi veramente corresponsabile in questa così tanto declamata comunità? Domande di questo genere segnalano criticità nell’impianto comunionale dell’essere Chiesa, ma che accogliamo come occasioni di discernimento e che nel cammino sinodale avviato senz’altro affronteremo nel comune ascolto dello Spirito.

 

D’altronde, ben sappiamo che un ascolto attento, rispettoso e accogliente, è atteggiamento umano propizio per una sana e feconda amicizia. L’icona di Betania che ci accompagna in questo secondo anno di cammino sinodale, ci rimanda a quella casa dove Gesù si trova a suo agio, trova ristoro, incontra volti amici, fidati e affidabili, persone che fanno gioire il cuore e come balsamo curano fatiche e ferite. Betania, così come ci viene presentata da Luca e da Giovanni è domus ecclesiae ante litteram. Certo Marta, Maria e Lazzaro non vivono in un clima paradisiaco: le due sorelle, tra le quali non sembra esserci tutta quest’intesa, mettono in ombra il maschio di casa. La prima possessiva, invadente e autoreferenziale, attaccata ai ritmi tradizionali e sicuri delle faccende da sbrigare, padrona di casa tout court; l’altra più remissiva, defilata, forse più furba e intuitiva circa il posto giusto da occupare come persona prima ancora che come donna, perciò profeticamente un po' ribelle rispetto a schemi sociali e religiosi convenzionali tendenti a irrigidire pericolosamente ruoli e servizi.

 

Nessuno è perfetto; neanche le nostre famiglie lo sono. Ma ambedue con il fratello, insieme, non singolarmente, costituiscono la casa amica dove Gesù sosta piacevolmente. Ciascuno con le proprie qualità e limiti costituiscono un tessuto umano di relazioni in cui Gesù si ritrova, un clima fraterno che profuma di vita già risorta, gratuita e perciò impagabile: casa dell’amicizia e dell’accoglienza, casa familiare il cui uscio è aperto a tutti, come sono chiamate ad essere le nostre comunità parrocchiali, in qualche modo cantieri sempre aperti all’opera dello Spirito che incessantemente ne rinnova il volto per essere sempre più conformi all’ideale evangelico.

 

Carissimi, il cammino sinodale, ce lo ripetiamo, non è una programmazione pastorale che si aggiunge ad altre già in corso d’opera che scandiscono da anni i nostri ritmi ecclesiali, compitino da eseguire magari a tavolino, per poi voltare pagina e attenderne un altro, anno dopo anno. Ma è l’occasione data dallo Spirito per riscoprire la natura del nostro essere chiesa, popolo di Dio in cammino, sacramento di unità per tutto il genere umano (LG 1.9). È in questa vocazione originaria, principiata nel Battesimo, formata dalla Parola e alimentata dall’Eucaristia, fons et culmen della vita cristiana, che riscopriamo la nostra chiamata personale ad edificare il Corpo del Signore e a verificare se il nostro ministero, a cominciare dal mio, è concretamente a servizio del Vangelo per la vita del mondo.

 

D’altra parte in un mondo che velocemente cambia e in cui mutano gli assetti geopolitici, ideologici culturali ed economici sullo scacchiere planetario così da incidere pesantemente nella nostra vita quotidiana, sentiamo la fatica e l’affanno pastorale che rischia di farci rinchiudere nelle sicurezze del si è sempre fatto così, che probabilmente mette “in luce il vuoto nascosto delle nostre Chiese”. Di fronte ad un comprensibile spaesamento lo Spirito del Signore mediante il cammino sinodale ci sta offrendo “un serio tentativo per mostrare al mondo un volto del cristianesimo completamente diverso» (T-HALÍK, Il segno delle chiese vuote, Vita e pensiero, Milano 2020, 11), non un’altra Chiesa, ma una Chiesa altra, come ci ripete più volte papa Francesco.

 

In questo tempo di passioni tristi e spente che segnano le nostre stesse vite, di difficoltà ad abitare nuovi linguaggi per intercettare i desideri, le angosce e le bellezze delle nuove generazioni, di fronte alle tante emergenze legate alla costante crisi sociale e a tutta l’odierna problematica ambientale, siamo chiamati a riattivare la passione per il Vangelo, l’unica cosa necessaria di cui anzitutto noi abbiamo bisogno, l’unico vero e inossidabile bene che possiamo regalare annunciandolo a tutti. Il cammino sinodale è in sostanza concreto esercizio di cristianesimo, meglio: esercizio di comunione, per uno stile di vita che caratterizza la nostra appartenenza al Signore e risponde al suo desiderio: ut unum sint, concreto e credibile riflesso della comunione Trinitaria.

 

Da qui dovrebbe essere normale vivere il “noi” ecclesiale nella comune corresponsabilità dell’unico Popolo di Dio. Esercizio di comunione, concreta traduzione eucaristica che richiede ascesi personale e che può essere messo alla prova nel prendere sul serio gli organismi di partecipazione, luoghi della comunione e del dialogo, del confronto dialettico, spazio fraterno di riconoscimento e valorizzazione dei carismi e dei ministeri. Esercizio di comunione per trovare insieme vie e sentieri migliori per una reale sinergia pastorale per l’annuncio del Vangelo a vantaggio di tutte le persone che abitano i nostri territori.

 

Esercizio di comunione che interpella anzitutto noi presbiteri/vescovi chiamati a presiedere e guidare la prassi comunionale che dovrebbe caratterizzare la nostra autorità sacramentale nel senso etimologico più bello e generativo di “colui che fa crescere” a misura di Gesù che sta in mezzo ai suoi come colui che serve. E questo non è affatto scontato poiché mette in crisi un modo ridotto e vecchio di esercitare il nostro ministero che più volte papa Francesco ha definito “clericalismo”. Siamo infatti ben coscienti che il cammino sinodale ha avviato un processo di non ritorno per ripensare le modalità ordinarie del ministero ordinato e di riformulare nello stile partecipativo la corresponsabilità di tutti i membri del Popolo di Dio. Certo, anche i laici faticano ad assumere lo stile sinodale, abituati in genere ad un vissuto di Chiesa costruita intorno al ministero ordinato, annosa questione che sfianca il passo della pastorale e dell’annuncio evangelico. Non è normale che molti membri “laici” del popolo di Dio aspirino più a servire all’altare piuttosto che impegnarsi nel quotidiano delle loro professionalità e competenze sociali, culturali, politiche per essere sale e luce nel mondo.

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