19 giugno 2016 - XII Domenica del Tempo Ordinario: lasciarsi interrogare da Cristo

News del 18/06/2016 Torna all'elenco delle news

«Ma voi, chi dite che io sia?». Non interrogare più, ma lasciarsi interrogare. Non mettere più in questione il Signore, ma lasciarsi mettere in questione da lui. Amare domande che fanno vivere la fede.

Gesù usa la pedagogia delle domande per far crescere i suoi amici: sono come scintille che accendono, mettono in moto trasformazioni e crescite.

Gesù era un Maestro dell'esistenza, e voleva i suoi pensatori e poeti della vita. Per questo, Maestro del cuore, lui non indottrina, non impartisce lezioni, non suggerisce risposte, ma conduce con delicatezza a cercare dentro di te: «Nella vita, più che le risposte, contano le domande, perché le risposte ci appagano e ci fanno stare fermi, le domande invece ci obbligano a guardare avanti e ci fanno camminare» (Pier Luigi Ricci).

All'inizio Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio d'opinione: «Le folle, chi dicono che io sia?». E l'opinione della gente è bella e incompleta: «Dicono che sei un profeta», una creatura di fuoco e di luce, come Elia o il Battista; bocca di Dio e bocca dei poveri.

Allora Gesù cambia domanda, la fa esplicita, diretta: «Ma voi, chi dite che io sia?». Ma voi...Prima di tutto c'è un "ma", una avversativa, quasi in opposizione a ciò che dice la gente. Non accontentatevi di una fede "per sentito dire".

Ma voi, voi con le barche abbandonate sulla riva del lago, voi che siete con me da tre anni, voi miei amici, che ho scelto a uno a uno: chi sono io per voi? E lo chiede lì, dentro il grembo caldo dell'amicizia, sotto la cupola d'oro della preghiera.

È il cuore pulsante della fede: chi sono io per te? Non cerca parole, Gesù, cerca persone; non definizioni ma coinvolgimenti: che cosa ti è successo, quando mi hai incontrato? La sua assomiglia alle domande che si fanno gli innamorati: quanto posto ho nella tua vita, quanto conto, chi sono per te? E l'altro risponde: tu sei la mia vita, sei la mia donna, il mio uomo, il mio amore.

Gesù non ha bisogno dell'opinione dei suoi apostoli per sapere se è più bravo dei profeti di ieri, ma per accertarsi che Pietro e gli altri siano degli innamorati che hanno aperto il cuore. Gesù è vivo solo se è vivo dentro di noi. Il nostro cuore può essere la culla o la tomba di Dio.

Cristo non è ciò che dico di lui, ma ciò che vivo di lui. Non domanda le mie parole, ma cerca ciò che di lui arde in me. «La verità è ciò che arde» (Christian Bobin). Mani e parole che ardono, come quelle di Pietro che risponde con la sua irruenza e decisione: «Tu sei il Cristo di Dio», il messia di Dio, il suo braccio, il suo progetto, la sua bocca, il suo cuore. Tu porti Dio fra noi: quando ti fermi e tocchi una creatura nelle tue mani è Dio che accarezza il mondo. 

Omelia di padre Ermes Ronchi

 

Colpire un fratello è colpire se stessi

Due argomenti, trattati nelle letture di questa domenica, le rendono di viva attualità. Il primo riguarda l'uguaglianza tra gli uomini, teoricamente affermata da tutti ma così spesso disattesa: non tutti godono degli stessi diritti; quante discriminazioni si compiono ogni giorno, per motivi di razza, sesso, censo, livello culturale e così via, per non dire di fenomeni aberranti quali la riduzione in schiavitù o il femminicidio. 

Quando ne affiora notizia tutti giustamente si indignano e altrettanto giustamente invocano nuove leggi o più decisi interventi delle pubbliche autorità nel far rispettare le leggi esistenti; ma gli scarsi risultati invitano a ricercare motivazioni più profonde per sostenere l'uguaglianza. Anzitutto: gli esseri umani sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio; tutti allo stesso modo, non qualcuno sì e altri no, qualcuno di più e altri di meno. Ai cristiani poi è data una motivazione ulteriore, richiamata dalla seconda lettura (Gàlati 3,26-29): "Tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù... Non c'è giudeo né greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù". Se siamo uno, far torto a un fratello significa colpire sé stessi!?

Il secondo argomento è suggerito dal vangelo (Luca 9,18-24). Tra i caratteri distintivi del nostro tempo, forse i posteri collocheranno l'uso (e l'abuso) dei sondaggi d'opinione, cui però anche Gesù è ricorso, il giorno in cui ha chiesto agli apostoli: "Le folle, chi dicono che io sia?" e subito dopo: "Ma voi, chi dite che io sia?" Pietro diede la risposta giusta: "Tu sei il Cristo di Dio", cioè il Messia annunciato; tuttavia Gesù "ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno". Perché? Non era egli venuto per farsi conoscere, e così manifestare la sollecitudine di Dio per il suo popolo??

Il silenzio era - temporaneamente - necessario, proprio per l'opinione che la gente si era fatta sul Messia: quella di un uomo forte, capace di guidare il popolo d'Israele a liberarsi dall'oppressione dei Romani e restaurare l'antica grandezza dei tempi di Davide e Salomone. Aspettavano colui che desideravano: un altro, un Messia sofferente, non l'avrebbero preso in considerazione; solo vedendolo risorto avrebbero compreso e l'avrebbero seguito. Di qui il preannuncio di quanto sarebbe accaduto: altro che sfolgoranti vittorie militari, altro che un regno tra i regni di questo mondo; sappiate, disse Gesù agli apostoli, che io devo "soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno". Di più: chi voleva stare con lui, non doveva aspettarsi un percorso diverso; "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua".?

Prendere la croce, portare ogni giorno la croce: questa è la prospettiva immediata del cristiano. Spesso dei nostri mali ci lamentiamo col Signore, non perché riteniamo siano colpa sua, ma perché, se davvero è nostro amico, lui che può non interviene a porvi rimedio. La nostra prospettiva relativamente al Messia, al Cristo salvatore, in fondo non è tanto diversa da quella dell'antico Israele: dimentichiamo che Gesù non ha promesso la felicità terrena.

La differenza tra chi crede e chi no non sta nell'essere o no felici adesso, ma poi, quando questa vita lascerà il posto a quella definitiva. "Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà". Queste parole, con cui si conclude il vangelo di oggi, in altri termini suonano così: chi è aggrappato alla vita terrena, pensando solo di spremerne tutte le possibili soddisfazioni, non ne avrà un'altra; chi invece si fida di me, segue me anche se talora costa rinunce, agli occhi del mondo può sembrare che sprechi la propria vita, ma in realtà gli conviene, perché rinuncia al meno per avere il più.

Omelia di mons. Roberto Brunelli

 

Nel futuro la libertà

Chi dicono che io sia?

Gesù è entrato nella storia dell'uomo per parlare all'uomo del suo tempo, perché la sua parola seminata nel tempo ci raggiungesse ma riconoscerlo non è facile né immediato. Gesù non ha le caratteristiche che la tradizione popolare e l'organizzazione religiosa riserva all'immagine del Messia. Era talmente diverso da essere irriconoscibile; molti, come i discepoli di Giovanni (Lc 7,20), si sono domandati chi è quest'uomo: un bestemmiatore (Lc 5,21) che perdona i peccati (Lc 7,49) che comanda ai venti e all'acqua (Lc 8,25)...Succede anche a noi oggi che abbiamo talmente idealizzato la figura del Signore da alterare la nostra relazione con lui. Se cerchiamo di capire il senso della risposta dei discepoli alla domanda di Gesù, possiamo dire che la "diversità" del Signore è traguardata dalla folla che guarda al passato, a coloro che in qualche modo sono stati segno della parola di Dio tra gli uomini, personaggi conosciuti e in parte codificati da diventare stereotipi.

Dicono

C'è una sorta di sfasamento tra il tempo della Parola e quello dell'Ascolto che caratterizza tutta la storia della salvezza. L'uomo, distratto da tante parole, scopre che Dio gli ha parlato proprio rileggendo il passato. Il passato è momento fondamentale di ogni presente per aprirsi al futuro; per scoprire Dio all'opera è determinante la memoria. Il passato, però non torna indietro, non risuscita - non si rialza - come è stato affermato: uno degli antichi profeti che è risorto.

La risposta sembra delineare una certa nostalgia del passato che è di ogni tempo, anche il nostro. Ci sono sempre tentativi di far rivivere il passato, di attualizzarlo più nelle forme che nella sostanza, si pensi ai movimenti integralisti nell'ambito politico e sociale che si richiamano al fascismo o al nazismo, o in ambito religioso che rievocano riti e abiti del passato. Proprio nei periodi storici di crisi l'incapacità di leggere il presente favorisce una attenzione spropositata al passato. Non sono nostalgie totali, nessuno abbandonerebbe i benefici e le risorse di oggi, la tecnologia, il progresso della scienza: è la forma, più che la sostanza che attrae.

Il terzo giorno

Interpellati direttamente, Pietro risponde: «Il Cristo di Dio». Cristo (Messia, Unto) ha il significato di consacrato da Dio come re (cfr. 1sam 16,13), come sacerdote (cfr. Es. 29,4-7) o profeta (cfr.1 Re 19,16). È una visione del tutto parziale, trasmessa dalla tradizione, legata al potere tra gli uomini e alla gloria che ne deriva. Gesù accetta la risposta ma per non essere equivocato ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. Proprio per questo Gesù si pone nella prospettiva di futuro che non rispecchia l'idea corrente di Messia, ma si radica profondamente nel suo presente. Nella risposta delle folle e dei discepoli, Gesù legge l'immane distanza tra le aspettative ed il suo essere, ne comprende il rifiuto ad iniziare dall'autorità costituita fino ad arrivare alla condanna a morte. Ma il futuro a cui Gesù sta guardando è ancora più avanti per contemplare il terzo giorno. Il terzo giorno più che un valore temporale ha un significato teologico (cfr. Os 6,2), quello della Salvezza che giunge a compimento (cfr. Giona 2,1). Anche l'espressione egertenai tradotta con risorgere non è quella usata poco prima per i profeti risorti (anestè) e indica il destarsi al mattino di un giorno nuovo che si apre; il futuro che si spalanca davanti.

Se qualcuno vuole venire dietro a me

Nella prospettiva del futuro dobbiamo leggere l'invito di Gesù a seguirlo; è un invito improntato alla libertà, si apre con un Se ma contiene il più alto segno di libertà nel prendere la Croce come atto di amore senza misura che si fa carico della sofferenza e del peccato. Per il Cristo è un fatto necessario - Il Figlio dell'uomo deve, un dovere d'amore, il farsi carico del peccato dell'uomo. Per i suoi discepoli annunciare il Cristo non è proclamare una dottrina fatta di parole quanto impegnare la propria vita, anche a perderla se necessario, come Gesù che l'ha donata per poi ritrovarla nella risurrezione. Il fallimento fa parte del dono gratuito d'amore che è sempre un rischio, ma l'insuccesso non è la parola definitiva, la risurrezione del Figlio dell'Uomo sarà l'inizio della vera liberazione.

Omelia di don Luciano Cantini

 

Liturgia e Liturgia della Parola della XII Domenica del Tempo Ordinario (19 giugno 2016)