22 aprile 2012 - III Domenica di Pasqua: La promessa portata a compimento anche per noi

News del 19/04/2012 Torna all'elenco delle news

Più che il racconto dell'apparizione ai discepoli, il vero culmine del brano evangelico di Luca è il commento finale di Gesù, che dopo aver dissipato ogni stupore e ogni dubbio insito nei suoi con la consumazione di una porzione di pesce arrostito, rammenta loro: "Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Un'espressione che richiama immediatamente un insegnamento precedente, sempre riportato in Luca: Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse tutte queste sofferenze per entrare nella gloria?" (Lc 24, 25 ? 26)
Anche se Gesù deve necessariamente mostrare le mani e il costato e consumare (pur non avendone bisogno, nel suo corpo glorificato) una porzione di pesce arrostito per togliere ogni timore e dissipare ogni dubbio, egli si rivolge ai discepoli soprattutto con le espressioni suddette, perché sono proprio quelle che danno spiegazione risolutiva a quanto essi stanno vedendo: che il figlio di Dio soffrisse, fosse torturato e fosse messo a morte era necessario. Una necessità non caratterizzata dall'uomo o dalla storia, ma determinata dal volere divino di salvezza, per la quale il padre aveva impostato che il Figlio subisse patemi e venisse sottomesso alla frustrazione e alla morte di croce ai fini di resuscitare. Il Cristo Salvatore doveva passare attraverso il patibolo, spirare di morte violenta ed essere consegnato alla terra (al sepolcro) perché Dio realizzasse sugli uomini il suo piano di salvezza perché quello e non altro era sempre stato, sin dall'inizio dei tempi, il progetto divino nei riguardi dell'uomo: tutti i particolari della morte e della resurrezione erano stati preordinati e preimpostati come descrivono le Scritture; poiché infatti Mosè, Davide, i profeti e le varie prefigurazioni bibliche parlavano già di qualcosa che era in germe, ossia la resurrezione di Gesù Cristo dai morti, e che adesso ha trovato compimento il mattino dopo il Sabato, nell'evento della tomba vuota.
Gesù Risorto è insomma l'adempimento delle antiche promesse messianiche, il culmine della rivelazione e il compimento di tutte le profezie di cui parlava la Bibbia.
Perché allora si stupiscono i discepoli nel vedere il Signore Risorto e glorificato? Non dovrebbero piuttosto esultare e rendere gloria a Dio per un avvenimento che ci si aspettava e che ora si è definitivamente realizzato? Senza il rischio di esagerare, ci azzardiamo a dire che l'atteggiamento dei discepoli avrebbe dovuto avere le fattezze proprie dei tifosi allo stadio durante un match importantissimo, quando la squadra preferita messe a segno una rete importante e decisiva: tutti quanti si esulta di gioia incontenibile, perché ci si aspettava quel goal che finalmente è arrivato. O almeno lo si sperava con fervore.
Nei discepoli di Gesù c'è gioia, ma si tratta pur sempre di una letizia mista a stupore e a meraviglia, propria di chi crede di vedere un fantasma e il mostrare mani e piedi è la soluzione più conveniente perché finalmente si risvegli in tutti il vero sentire e sperare che è proprio della fede; la verità è che il torpore e la cecità degli apostoli avevano impedito di vedere nell'apparso maestro risorto l'adempimento delle promesse secondo quanto detto dai profeti e dalle Scritture.
Cristo dal canto suo, una volta risuscitato, appare deliberatamente e nella forma convincente e determinata ai discepoli e come dirà poi Paolo comparirà anche a più di 500 persone oltre che a lui medesimo, recando la pace, manifestando il suo innalzamento glorioso, comunicando (Giovanni) il dono dello Spirito Santo e invitando i suoi a fare discepoli tutti nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Le apparizioni, proprio perché molteplici e variegate, sono la riprova della realtà della resurrezione, l'affermazione effettiva di questo mistero indicibile di vita nel mondo degli apostoli, dei discepoli e di tutti gli uomini e hanno pertanto un valore incontrovertibile.
Ma la ragione del loro verificarsi fenomenologico è sempre la stessa: il compimento messianico di quanto descrivono le Scritture, da Abramo a Mosè fino ai profeti e quello che deve colpire nel segno è la centralità di Cristo Signore Messia Glorioso che appare non perché vuole rendere soddisfazione a uomini titubanti ed incerti, ma perché vuole affermare la propria grandezza da Risorto vincitore della morte, capace di superare la prova del supplizio con la vittoria sul sepolcro.
Infatti è proprio sui questo che fa leva il discorso aspro e recriminatorio di Pietro che rende testimonianza dell'evento: prima ancora di rendersi testimone della tomba vuota e delle apparizioni, egli esclama: Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, e più avanti (v. 22 e ss) aggiungerà: Mosè infatti disse: Il Signore vostro Dio vi farà sorgere un profeta come me in mezzo ai vostri fratelli; voi lo ascolterete in tutto quello che egli vi dirà. E chiunque non ascolterà quel profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo. Tutti i profeti, a cominciare da Samuele e da quanti parlarono in seguito, annunziarono questi giorni.
E questo è sufficiente per rendere ragione sul motivo per cui Gesù non era sceso dalla croce ma aveva affrontato il patibolo: la necessità di attraversare il patimento per manifestare adesso il suo innalzamento vittorioso di Signoria vera e di gloria definitiva e pertanto è ora assodato che il vero Messia e Salvatore promesso è proprio lui.
Il tempo della Chiesa, che intercorre fra la Resurrezione, Ascensione del Signore fino alla sua venuta finale nel giorno del giudizio, è il nostro momento, caratterizzato dall'annuncio e dalla testimonianza del Signore risorto che vive immortale e che non conosce sconfitta umana se non la durezza e l'ostinazione del cuore; quello che impone che noi davvero ci appropriamo, affascinandocene, del mistero del Risorto che sfolgora la sua gloria e che ci chiama sempre a testimoni della sua fiducia e della nostra speranza. Si tratta del tempo che deve connotare tutti i credenti come contrassegnati dalla gioia e dall'esultanza e dallo spirito fervente della missione che lo stesso Risorto ci ha affidato.  

Omelia di padre Gian Franco Scarpitta
 

Veramente il Signore è Risorto: è apparso.

Dopo la risurrezione, Gesù appare ai discepoli, comprese le donne. Apparirà poi a più di cinquecento persone prima di incontrare Paolo sulla via di Damasco, e questi, pentito del suo passato di persecutore della comunità cristiana, si paragonerà ad un aborto (1Cor 15, 8).
Proprio l'esperienza di Paolo è utilissima a descriverci il fenomeno delle apparizioni come un dato di attendibilità della risurrezione di Cristo, come qualcosa che inequivocabilmente ci dà la certezza che egli è Vivo e non più relegato al sepolcro.
Anche Luca si avvale di questa verità, poiché esclama categoricamente: "Davvero Gesù è risorto ed è apparso a Simone!" e adesso descrive un'esperienza significativa della presenza del Risorto "in mezzo ai suoi". Gesù, nella versione di Luca infatti "sta in mezzo a loro", cioè interagisce, comunica, parla e soprattutto reca loro la "pace", quella condizione di benessere e di gioia spirituale che non si trova nel mondo, ma che solo Dio può concedere.
Certamente egli si mostra nella vera umanità e deve anche darne un saggio concreto agli increduli discepoli che stentano a riconoscerlo: mostra loro le mani e il costato, li rassicura e consuma una porzione di pesce arrostito in mezzo a loro. E' necessario ricorrere a tutte queste manifestazioni esteriori, poiché i suoi interlocutori, straniti e inebetiti, credono di vedere un fantasma. La credenza dei fantasmi non doveva essere un fatto nuovo presso i contemporanei di Gesù, visto che non è la prima volta che il loro Maestro viene confuso con una figura spettrale: anche quando egli camminava sulle onde marine i discepoli, guardando quella strana apparizione in mezzo ai flutti, pensavano ad un fantasma e in quell'occasione Gesù dovette dir loro "Coraggio, sono io, non temete."(Mt 14, 22 - 36). Essa non è neppure estranea nella Bibbia, visto che nonostante il divieto da lui stesso imposto al suo popolo, il re Saul in incognito si reca da una negromante perché gli evochi lo spirito di Samuele, che di fatto appare (1Sam 28, 7). La credenza nei fantasmi e degli "spiriti", forse anche proveniente da qualche cultura limitrofa', era evidentemente relativa al regno dei morti, ai trapassati che non avevano più nulla da spartire con coloro che ancora erano in vita. Gli increduli apostoli di conseguenza vedendo quella strana immagine che "sta in mezzo a loro" pensano ad un trapassato, ad un estinto che non potrà dare loro più nulla e che nulla potrà apportare a parte lo spavento e lo sbigottimento.
Tuttavia Gesù non è un fantasma e non appartiene al regno dei morti "che non hanno più parte in questa vita" (Salmo 90, 14). Egli sta in mezzo ai suoi come il Vivente, il trionfante sul peccato e sulla morte, il cui corpo non è più paragonabile a quello di cui disponeva prima della crocifissione, ma è un corpo glorioso e indistruttibile, non più soggetto alle intemperie e alle necessità somatiche comuni a tutti gli uomini. Gesù si mostra loro effettivamente "in carne ed ossa", quindi nella pienezza delle fattezze umane e mostra anche le mani e i piedi (Giovanni dirà mani e costato) ma ciò non toglie che il suo corpo non è più quello del Crocifisso, ma del Crocifisso Risorto, che è passato dalla morte alla vita. Un corpo insomma glorioso destinato a conoscere la vita per sempre.
Gli apostoli subito dopo probabilmente se ne rendono conto, visto che passano dalla paura alla gioia: essi continuano a non credere perché avvinti dalla gioia, che impedisce loro di accettare che quello stano figuro sia proprio Gesù. Forse vorrebbero credervi, ma non ci riescono. Solo dopo che Gesù mangia davanti a loro il pesce comprendono che colui con il quale stanno conversando non è il lugubre esponente del regno dei morti ma il Cristo che con la risurrezione ha reso inesistente il regno dei morti per affermare il Regno di Dio. Ma ciò che agli apostoli si rimprovera è la mancata rammentazione delle Scritture, le quali dal canto loro parlavano espressamente della morte e della risurrezione del Messia e Salvatore e avrebbero potuto essere già di prima oggetto della loro meditazione e della loro comprensione.
L'episodio narrato fa seguito all'incontro con i discepoli sulla via di Emmaus, che avevano riconosciuto Gesù allo spezzare il pane e che avevano avvertito in cuore una certa arsura mentre questi, camminando con loro in incognito, spiegava loro le Scritture su quanto si riferiva a lui. E proprio gli stessi discepoli sono presenti ora, mentre avviene la comparsa del presunto "fantasma".
Sia quel che sia, per mezzo delle sue apparizioni Gesù offre una certezza della sua resurrezione perché procura dei testimoni credibili del suo messaggio. Gli apostoli, primo fra tutti Pietro, potranno garantire con la loro personale testimonianza che davvero il Signore è risorto e che per questo è tempo di novità e di vita piena e indefinita.
Paolo renderà testimonianza del Signore risorto con la sua testimonianza che è già sufficiente a rendere ragione del suo messaggio e della motivazione della sua missione. Tuttavia, sulla scia di quanto il maestro ha insegnato, arringando il popolo dei Giudei, non trascurerà di illuminarlo intorno alle prefigurazioni della Scrittura, le quali avevano preannunciato la morte e la risurrezione del Messia.
La frase più eloquente dell'apostolo Pietro è che i Giudei avevano ucciso "l'autore della vita", ma che Dio lo ha ora risuscitato perché la vita avesse davvero l'ultima parola sulla morte.
E tale è la conclusione che anche a noi ci si prospetta sulle apparizioni del Risorto: il trionfo della vita e il fatto che per noi adesso il vivere è Cristo e il morire è un guadagno (Fil 1, 21), poiché il morire cristiano è il vivere per sempre. E comporta la necessità che non ci ostiniamo, con il peccato e con le brutture di sempre, a cercare fra i morti colui che è vivo.  

Omelia di padre Gian Franco Scarpitta 

Troppo bello per essere vero?

Il giorno di Pasqua, al tramonto, i due discepoli di Emmaus stanno riferendo agli increduli apostoli di avere incontrato Gesù vivo, quando Egli stesso si fa presente mezzo a loro. "Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: Perché siete turbati, perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho'. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: Avete qui qualche cosa da mangiare?' Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro".
Così il vangelo odierno (Luca 24,35-48), in cui viene da sottolineare l'espressione "Per la gioia non credevano". Come dire, troppo bello per essere vero. Ed è forse la ragione per la quale tuttora anche i credenti e praticanti assidui non manifestano l'intima gioia da cui dovrebbero essere pervasi, al sapere di avere riposto la propria vita nelle mani di Uno che è stato crocifisso e sepolto ma poi è risorto, Uno che a chi gli si affida offre di condividere la vita oltre la morte. Anche chi crede fatica a cogliere questa prospettiva come un antidoto alle inquietudini e paure e difficoltà, che tanto o poco affliggono la vita quotidiana di tutti. Cristo è risorto, io risorgerò con lui? Troppo bello per essere vero, pensano forse in molti. Eppure, il senso profondo della fede sta proprio qui: credere all'esperienza degli apostoli, che dopo la croce l'hanno visto, toccato, ascoltato, acquisendo della risurrezione una certezza che sono andati a divulgare nel mondo. E l'hanno sostenuta anche a costo di rimetterci la vita: quella terrena, certi di conseguire così l'altra, senza fine.
Domenica scorsa si è parlato delle ragioni per credere, indicandone due (l'eroismo dei santi, e l'esistenza della Chiesa). Il vangelo odierno ne richiama altre due: appunto la testimonianza degli apostoli, e un'altra ragione suggerita dallo stesso Gesù, nella seconda parte dell'episodio. "Poi disse: Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi'. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni'". La prima lettura (Atti 3,13-19) riferisce una circostanza in cui Pietro attuò il comando ricevuto, spiegando la morte e la risurrezione di Gesù a cominciare dai profeti e invitando i suoi ascoltatori a cambiare vita: "Dio ha compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati".
Gesù invita gli apostoli (e ovviamente tutti noi) a leggere e capire bene gli scritti che designa come "la legge di Mosè, i Profeti e i Salmi", vale a dire l'Antico Testamento, quella parte della Bibbia che è stata scritta prima di lui. A leggerla con attenzione e senza pregiudizi, col vantaggio di essere illuminati dagli eventi successivi, si capisce che quanto è accaduto a Gesù non è stato un incidente di percorso, un fatto imprevisto; tutto anzi era stato predetto. La sua morte e risurrezione fanno parte di un piano concepito da secoli e puntualmente attuato: un progetto d'amore, rivolto a tutta l'umanità; un progetto dell'amore autentico, quello che non mira al proprio vantaggio ma sa donarsi alla persona amata, fino in fondo, se occorre fino alla morte. Tanto, direbbe forse Gesù, credete a me: la morte non è l'ultima parola

Omelia di mons. Roberto Brunelli 

Liturgia della Parola della III Domenica di Pasqua (Anno B): 22 aprile 2012