29 giugno: Solennità  dei Santi Pietro e Paolo apostoli

News del 28/06/2019 Torna all'elenco delle news

Fin dall’inizio la tradizione cristiana ha considerato Pietro e Paolo inseparabili l’uno dall’altro, anche se ebbero ciascuno una missione diversa da compiere: Pietro per primo confessò la fede in Cristo, Paolo ottenne in dono di poterne approfondire la ricchezza. Pietro fondò la prima comunità dei cristiani provenienti dal popolo eletto, Paolo divenne l’apostolo dei pagani. Con carismi diversi operarono per un'unica causa: la costruzione della Chiesa di Cristo.

Nell’Ufficio delle Letture, la liturgia offre alla nostra meditazione questo noto testo di sant’Agostino: "Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì... Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli" (Disc. 295, 7.8). E san Leone Magno commenta: "Dei loro meriti e delle loro virtù, superiori a quanto si possa dire, nulla dobbiamo pensare che li opponga, nulla che li divida, perché l’elezione li ha resi pari, la fatica simili e la fine uguali" (In natali apostol., 69, 6-7).

Per quanto umanamente diversi l’uno dall’altro, e benché il rapporto tra di loro non fosse esente da tensioni, Pietro e Paolo appaiono dunque come concretizzazione di un modo nuovo e autentico di essere fratelli, reso possibile dal Vangelo di Gesù Cristo.  

Pietro, scelto da Cristo a fondamento dell'edificio ecclesiale, clavigero del Regno dei cieli (Mt 16, 13-19), pastore del gregge santo (Gv 21, 15-17), confermatore dei fratelli (Lc 22, 32), è nella sua persona e nei suoi successori il segno visibile dell'unità e della comunione nella fede e nella carità.

Paolo, cooptato nel collegio apostolico dal Cristo stesso sulla via di Damasco (At 9, 1-16), strumento eletto per portare il suo nome davanti ai popoli (At 9,15), è il più grande missionario di tutti i tempi, l'avvocato dei pagani, l'apostolo delle genti, colui che insieme a Pietro fa risuonare il messaggio evangelico nel mondo mediterraneo.

Entrambi gli apostoli "sigillarono con il loro martirio a Roma, verso l'anno 67, la loro testimonianza al Maestro.

 

Nel Nome di Gesù Cristo, àlzati!

«Guarite gli infermi e dite loro: "Il regno di Dio è vicino a voi"» (Lc 10,9). Il capitolo 3 degli Atti racconta la messa in opera di questo mandato di Gesù: lo storpio viene risanato (vv. 1-10) e successivamente Pietro tiene un discorso nel portico di Salomone (vv. 11-26). Parola e azione, evangelo e guarigione non sono separati nell'esperienza di Gesù e degli Apostoli. Il Regno di Dio è salvezza integrale dell'uomo, perché la vita è in sostanza una.

Lo storpio rappresenta bene la situazione umana bisognosa di salvezza: inerte, privo di forze, passivo, in disarmonia col proprio stesso corpo. Con gli altri si è instaurato un rapporto di tipo assistenzialistico, si aspetta soltanto elemosina. Rimane fuori dal tempio, in una comunione con Dio che non riesce a essere piena e a illuminare la vita.

A fronte di ciò sta non tanto il singolo cristiano, quanto piuttosto la comunità, la Chiesa, rappresentata non per caso da due, Pietro e Giovanni. A prima vista il ruolo di Giovanni è superfluo: non fa né dice proprio niente! "Li mandò due a due" (Lc 10,1): ancora una volta la Chiesa raccoglie l'insegnamento del Maestro. La missione non si fa nel protagonismo, ma nella comunione ecclesiale.

I due stabiliscono a loro volta un rapporto con l'uomo storpio. Lui che non li aveva nemmeno guardati in faccia - il massimo che si attendeva era l'elemosina - riceve da Pietro l'invito a guardare a loro, riavendo così lo status di persona, capace e bisognosa di relazione interpersonale, senza di che non c'è vera salvezza.

La relazione stabilita non è fondata sul rapporto da ricco a povero, ossia sul criterio mondano della ricchezza (di vario tipo) come salvezza: Pietro si proclama povero, ma proprio da questa sua povertà nasce, come per Gesù, la sua capacità di arricchire (cf. 2Cor 8,9). Paradosso davvero divino, che Paolo esprimerà in modo caratteristico: "Poveri, facciamo ricchi molti" (2Cor 6,10). È lo status dell'Apostolo, e più in generale del cristiano.

Stando nella giusta relazione con Gesù, Pietro può agire efficacemente nel suo Nome, e operare la guarigione. L'episodio dei figli di Sceva (At 19,11-17) mostra come non si possa maneggiare questo Nome a proprio piacimento, non si tratta di magia, e il discorso seguente rappresenta la catechesi di Pietro, volta a aprire il mistero della salvezza offerta nel Nome di Gesù: "Per la fede nel Nome di Gesù, il suo Nome ha fortificato quest'uomo che vedete e conoscete; ed è la fede che si ha per mezzo di lui, che gli ha dato questa integrità alla presenza di voi tutti" (3,16).

Lo storpio guarisce, la vita si apre alla danza e alla gioia, può entrare nel tempio a lodare Dio insieme ai fratelli.

Quanto detto vale anche per Paolo. Sono già emersi diversi punti di contatto, ma si osservi come l'episodio della guarigione dello storpio a Listra (At 14,8-10) presenti notevoli analogie con questo passo (si metta a confronto 3,2 con 14,8; 3,4 con 14,9; 3,8 con 14,10). L'intenzione di Luca è trasparente: Paolo realizza tra i pagani quanto Pietro ha realizzato tra i giudei.

L'episodio è denso di insegnamenti per l'oggi ecclesiale. Non possiamo eludere la domanda di salute che emerge con forza nell'uomo moderno, occorre confrontarsi col male. Esperienza di rottura ai vari livelli, esso provoca la comunità cristiana a riscoprire la propria identità, a dare risposte non scontate e convenzionali, realmente salvifiche solo se frutto non di sapienze e risorse umane, ma della comunione col Nome di Gesù vissuta nella comunione ecclesiale.

Omelia di don Marco Pratesi (commento alla prima lettura della Messa Vespertina della Vigilia  28 giugno dagli Atti degli Apostoli cap. 3, 1-10)

 

Quelle chiavi che aprono le porte belle di Dio

 

Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio d'opinione: La gente, chi dice che io sia? L'opinione del­la gente è bella e incompleta: Dicono che sei un profeta! Una creatura di fuoco e di lu­ce, come Elia o il Battista; che sei bocca di Dio e bocca dei poveri.

Ma Gesù non è semplicemente un profe­ta di ieri che ritorna, fosse pure il più gran­de. Bisogna cercare ancora: Ma voi, chi di­te che io sia? Prima di tutto c'è un «ma voi», in opposizione a ciò che dice la gente. Voi non accontentatevi di ciò che sentite dire. Più che offrire risposte, Gesù fornisce do­mande; non dà lezioni, conduce con deli­catezza a cercare dentro. E in questo ap­pare come un maestro dell'esistenza, ci vuole tutti pensatori e poeti della vita; non indottrina nessuno, stimola risposte. E co­sì, feconda nascite.

Pietro risponde: Tu sei il Figlio del Dio vi­vente. Sei il figlio, vuol dire «tu porti Dio qui, fra noi. Tu fai vedere e toccare Dio, il Vivente che fa vivere. Sei il suo volto, il suo braccio, il suo progetto, la sua bocca, il suo cuore».

Provo anch'io a rispondere: Tu sei per me crocifisso amore, l'unico che non inganna. Tu sei disarmato amore, che non si impo­ne, che mai è entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero. Tu sei vincente a­more.

Pasqua è la prova che la violenza non è padrona della storia e del cuore, che l'a­more è più forte. Oggi o in un terzo gior­no, che forse non è per domani ma che certamente verrà, perché «la luce è sempre più forte del buio» (papa Francesco). Tu sei indissolubile amore. «Nulla mai, né vita né morte, né angeli né demoni, nulla mai né tempo né eternità, nulla mai ci separerà dall'amore» (Rom 8,38). Nulla, mai: due parole totali, assolute, perfette: mai sepa­rati. Poi i due simboli: a te darò le chiavi; tu sei roccia. Pietro, e secondo la tradizio­ne i suoi successori, sono roccia per la Chiesa nella misura in cui continuano ad annunciare: Cristo è il Figlio del Dio vi­vente. Sono roccia per l'intera umanità se ripetono senza stancarsi che Dio è amore; che Cristo è vivo, vivo tesoro per l'intera u­manità.

Essere roccia, parola di Gesù che si esten­de a ogni discepolo: sulla tua pietra viva edificherò la mia casa. A tutti è detto: ciò che legherai sulla terra... i legami che in­treccerai, le persone che unirai alla tua vi­ta, le ritroverai per sempre. Ciò che scio­glierai sulla terra: tutti i nodi, i grovigli, i blocchi che scioglierai, coloro ai quali tu darai libertà e respiro, avranno da Dio li­bertà per sempre e respiro nei cieli. Tutti i credenti possono e devono essere roccia e chiave: roccia che dà appoggio e sicurez­za alla vita d'altri; chiave che apre le porte belle di Dio, le porte della vita intensa e ge­nerosa.

 

Omelia di padre Ermes Ronchi

 

 

'Pregate per me' ha chiesto il papa

 

Solennità dei santi Pietro e Paolo. Ovviamente i due santi, in quanto apostoli, sono importanti per tutta la Chiesa, la quale proclama sé stessa "una, santa, cattolica e apostolica"; lo sono poi a maggior ragione per quei cristiani che seguono il rito romano, vale a dire quello adottato a Roma, la città dove i due apostoli hanno coronato col martirio la loro vita terrena e hanno tuttora il loro venerato sepolcro.

Le letture presentano, di Paolo, il bilancio della vita come egli stesso l'ha scritto nella seconda lettera al suo discepolo Timoteo (4,6-8): "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione". Belle parole, che c'è solo da sperare ogni cristiano possa ripetere, quando verrà il suo momento.

Pietro è ricordato per due episodi. In quello riferito dal vangelo (Matteo 16,13-19) egli ha riconosciuto in Gesù "il Cristo, il Figlio del Dio vivente" e in risposta si è sentito costituire fondamento e suprema autorità della Chiesa: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

La prima lettura (Atti degli apostoli 12,1-11) parla di Pietro alcuni anni dopo, quando ormai a Gerusalemme erano cominciate le persecuzioni contro i cristiani (cui partecipò attivamente anche Paolo, prima di convertirsi). Il re Erode Agrippa fece uccidere l'apostolo Giacomo (dei due di questo nome, quello i cui resti si venerano a Santiago di Compostela) e fece imprigionare Pietro, "consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo" (cioè processarlo) dopo la Pasqua. Ma non gli riuscì, perché una notte il prigioniero fu prodigiosamente liberato da un angelo: per lui non era ancora giunto il momento di dare la suprema testimonianza di fedeltà al suo Signore. L'episodio offre poi un particolare all'apparenza marginale, e invece, nell'ottica della fede, di grande importanza. "Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui", riferisce la Scrittura: una preghiera efficace, se poi fu seguita dalla liberazione che consentì all'apostolo di continuare con rinnovato spirito la sua missione.

All'Angelus nella piazza romana che porta il nome di Pietro, il suo attuale successore papa Francesco ripetutamente chiede ai fedeli presenti (e a quanti raggiunge tramite radio e televisione) di pregare per lui. Perché chiede di pregare per lui? A me pare che sia da parte sua un bel segno di umiltà: il successo può dare alla testa, può illudere di saper fare bene con le sole proprie forze; chiedendo preghiere, egli riconosce di essere pur sempre un uomo, fragile (e non solo per l'età) e incapace di adempiere da solo al compito immane cadutogli sulle spalle. Invoca per questo l'aiuto di Chi quel compito gli ha affidato, e coinvolge nella richiesta il popolo di Dio, anche per ricordare a tutti quanti ne fanno parte che devono sentirsi cointeressati al bene comune. E' interesse di tutti i cristiani che nella Chiesa ciascuno faccia bene la propria parte.

 

Omelia di mons. Roberto Brunelli

 

 

Liturgia della Parola della Messa Vespertina nella Vigilia 28 giugno

 

Liturgia Liturgia della Parola della Solennità dei Santi Pietro e Paolo 29 giugno

 

Liturgia e commento di Enzo Petrolino, diacono