1 novembre - Solennità di Tutti i Santi e giornata della santificazione universale

News del 31/10/2020 Torna all'elenco delle news

 Le Beatitudini, che Gandhi chiamava «le parole più alte che l'umanità abbia ascoltato», fanno da collante tra le due feste dei santi e dei defunti. La liturgia propone il Vangelo delle Beatitudini come luce che non raggiunge solo i migliori tra noi, i santi, ma si posa su tutti i fratelli che sono andati avanti. Una luce in cui siamo dentro tutti: poveri, sognatori, ingenui, i piangenti e i feriti, i ricomincianti. Quando le ascoltiamo in chiesa ci sembrano possibili e perfino belle, poi usciamo, e ci accorgiamo che per abitare la terra, questo mondo aggressivo e duro, ci siamo scelti il manifesto più difficile, stravolgente e contromano che si possa pensare.

Ma se accogli le Beatitudini la loro logica ti cambia il cuore. E possono cambiare il mondo. Ti cambiano sulla misura di Dio. Dio non è imparziale, ha un debole per i deboli, incomincia dagli ultimi, dalle periferie della Storia, per cambiare il mondo, perché non avanzi per le vittorie dei più forti, ma per semine di giustizia e per raccolti di pace.

Chi è custode di speranza per il cammino della terra? Gli uomini più ricchi, i personaggi di successo o non invece gli affamati di giustizia per sé e per gli altri? I lottatori che hanno passione, ma senza violenza? Chi regala sogni al cuore? Chi è più armato, più forte e scaltro? o non invece il tessitore segreto della pace, il non violento, chi ha gli occhi limpidi e il cuore bambino e senza inganno?

Le Beatitudini sono il cuore del Vangelo e al cuore del vangelo c'è un Dio che si prende cura della gioia dell'uomo. Non un elenco di ordini o precetti ma la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della sua felicità. Non solo, ma sono beati anche quelli che non hanno compiuto azioni speciali, i poveri, i poveri senza aggettivi, tutti quelli che l'ingiustizia del mondo condanna alla sofferenza.

Beati voi poveri, perché vostro è il Regno, già adesso, non nell'altro mondo! Beati, perché c'è più Dio in voi. E quindi più speranza, ed è solo la speranza che crea storia. Beati quelli che piangono...e non vuol dire: felici quando state male! Ma: In piedi voi che piangete, coraggio, in cammino, Dio sta dalla vostra parte e cammina con voi, forza della vostra forza!

Beati i misericordiosi... Loro ci mostrano che i giorni sconfinano nell'eterno, loro che troveranno per sé ciò che hanno regalato alla vita d'altri: troveranno misericordia, bagaglio di terra per il viaggio di cielo, equipaggiamento per il lungo esodo verso il cuore di Dio. A ricordarci che «la nostra morte è la parte della vita che dà sull'altrove. Quell'altrove che sconfina in Dio»(Rilke).

Omelia di padre Ermes Ronchi

 

La globalizzazione alla prova dei santi

La serie delle domeniche del tempo ordinario oggi si interrompe, ricorrendo la solennità di Ognissanti (o meglio, nel suo titolo corretto, "Tutti i santi") che in molte Diocesi avrà un'appendice nei prossimi giorni, quando si ricorderanno insieme quanti di loro, per nascita o altri motivi, a ciascuna di esse sono particolarmente legati.

Il vangelo della festa (Matteo 5,1-12) è costituito dalle beatitudini, vale a dire gli inviti di Gesù, seguendo i quali si è sicuri di conseguire la santità, intesa come la vita eternamente felice insieme con lui. Quella vita di cui offre una fugace descrizione la prima lettura (Apocalisse 7): "una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua", che in vesti candide, rami di palma in mano, grida a gran voce le lodi di Dio.

Una moltitudine: i santi dei quali oggi si celebra la festa sono quelli noti, i circa 170 dei quali si fa memoria nel corso dell'anno, e gli altri, oltre tredicimila, riconosciuti tali dalla Chiesa. Ma non solo questi; i santi oggi celebrati sono anche gli innumerevoli nascosti tra le pieghe della storia, sconosciuti a noi ma non a Dio, i quali hanno trascorso una vita esemplare o, pur avendo peccato, se ne sono pentiti e hanno così beneficiato della larghezza del suo perdono.

Per questo motivo possiamo sperare che ora vivano con lui, cioè godano della santità, anche i nostri cari, familiari e amici e quanti altri abbiamo amato, rispettato, ammirato. Poiché però non possiamo essere sicuri della loro presente condizione (potrebbero essere in purgatorio, dove rafforzarsi nello spirito prima dell'incontro con Dio), li possiamo aiutare. Allo scopo è particolarmente dedicata la celebrazione di domani, senza dimenticare che per questi nostri fratelli possiamo estendere l'aiuto ad ogni altro giorno dell'anno, con la preghiera: la nostra personale e quella della Chiesa (ad esempio, chiedendo ai sacerdoti di celebrare messe per loro).

Ma tornando ai santi noti, ci si può domandare perché la Chiesa ne abbia proclamati tanti e altri continui a proclamarne. La ragione sta nel non trascurare l'opportunità di offrire al popolo di Dio sicuri intercessori presso di lui e soprattutto modelli di vita, per mostrare come sia possibile seguire il vangelo nelle più diverse situazioni e condizioni di vita. I santi sono poi altrettanti luminosi segni di Dio. Sono segni della sua bontà, che chiama gli uomini, pur così limitati, peccatori, inadeguati, a condividere la sua santità, cioè a partecipare alla sua stessa vita. Sono segni della sua giustizia, che non fa differenze di persone: tra i santi troviamo uomini e donne, bianchi neri e gialli, giovani e anziani, ricchi e poveri, potenti e schiavi, colti e illetterati, preti e suore ma anche laici, coniugati e non.

Questi accenni bastano a dire come i santi siano anche segno del progetto di Dio sull'umanità, da realizzare per mezzo della Chiesa da lui voluta e sorretta. Della Chiesa i santi sono l'eccellenza, ma nella loro varietà attestano che la santità è possibile a tutti. Essi manifestano quanto la Chiesa sia diversa dalle istituzioni di questo mondo, nelle quali l'eccellenza si raggiunge per sangue, per censo, per intelligenza, nelle quali dunque la discriminazione dei meno dotati o meno fortunati è la regola. Di più: da qualche tempo si parla tanto di globalizzazione, da alcuni temuta e da altri auspicata: per quanto le compete, la Chiesa non ha aspettato economisti e sociologi per programmarla e progressivamente realizzarla, nella sua forma più alta; da sempre i cristiani proclamano l'unità della famiglia umana, l'uguaglianza di tutti i popoli davanti a Dio. Il fatto che tra i santi troviamo europei ma anche africani asiatici e americani, lo sta a dimostrare.

Omelia di mons. Roberto Brunelli

 

Il Paradiso è per tutti

La liturgia di Tutti i Santi ci propone testi riguardanti il mistero dell'eternità, quella della Gerusalemme celeste, quel mistero del Paradiso dove tutti siamo diretti e dove c'è un posto riservato per tutti. Possiamo ben dire che il Paradiso è per tutti e che nessuno è escluso, pregiudizialmente, da questo luogo di felicità per tutta l'eternità, nel quale la felicità e la gioia per sempre è contemplare in eterno la santissima Trinità e vivere una relazione d'amore senza limiti e senza confini di tempo e di materia. 

In questo giorno, come recita l'Antifona d'ingresso della santa messa, siamo chiamati a rallegrarci tutti nel Signore e con noi gioiscono gli angeli e lodano il Figlio di Dio. La gioia del Paradiso deve pervadere la mostra mente e il nostro cuore, anche se lo vediamo distante da noi, sia perché siamo ancora in cammino e pellegrini verso l'eternità e sia perché dobbiamo lavorare spiritualmente tanto per guadagnarci quel posto a noi riservato e che Gesù ci ha promesso, nel momento in cui lasciava questo mondo, ascendendo al cielo, ove è assiso alla destra del Padre ed attende l'arrivo in esso dell'intera umanità. Sperimentare la gioia in questo giorno, significa pure fare nostra la preghiera iniziale della celebrazione eucaristica della solennità di Tutti i santi, nella quale ci rivolgiamo a Dio onnipotente ed eterno, affinché per la comune intercessione di tutti nostri fratelli, possiamo ottenere l'abbondanza della sua misericordia. 

I santi, quelli noti o quelli sconosciuti ci indicano la strada per raggiungere la vera felicità oltre i confini del tempo e dello spazio. I santi del Paradiso non sono pochi, sono tantissimi, rientrano tra quelli di "una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua", di cui parla l'Apostolo Giovanni nel brano della prima lettura di oggi, tratta dall'Apocalisse e che il discepolo di Gesù ebbe modo di contemplare in una visione, che poi ha descritto con precisione nel Libro ultimo della Bibbia.

Cosa facevano e fanno questi santi in Paradiso? Chi sono i santi e quali santi Giovanni ha visto nella sua visione apocalittica? Si tratta dei martiri e di quanti hanno confessato la fede in Gesù Cristo. In poche parole sono tutti coloro che hanno vissuto e sono morti nella piena comunione con Cristo e con la Chiesa, che hanno conservato la fede e si sono purificati nel sangue di Cristo, riconoscendo i propri peccati e convertendosi ad una vita santa. Sono tutti coloro che si sono sforzati di vivere nella fede, nella speranza e nella carità, come ci ricorda la seconda lettura di oggi, tratta dalla prima lettera di san Giovanni apostolo, nella quale Giovanni, mediante le quali virtù noi possiamo classificarci come figli di Dio, su questa terra, in attesa di ciò che saremo nell'eternità. Cosa che potremmo averne piena coscienza e consapevolezza "quando Dio si sarà manifestato" e allora "noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è". 

La santità non è facile da conquistare, anche se è accessibile a tutti. Basta entrare nella dinamica delle Beatitudini. A tutti i santi chiediamo di proteggerci nel cammino verso il Paradiso.

Omelia di padre Antonio Rungi

 

Beati i poveri in spirito

Nella festa di "Tutti i santi" la Liturgia fa risuonare in tutto il mondo le "Beatitudini" evangeliche (Matt.5,1-12), "il testo - come scrive Gilbert Cesbron - più importante nella storia umana, una parola indirizzata a tutti (non solo ai credenti), l'unica luce che brilla ancora nelle tenebre di violenza, di paura, di solitudine, in cui è stato gettato l'Occidente dal proprio orgoglio ed egoismo". Il testo delle "Beatitudini" come lo troviamo nel Vangelo di Matteo, è talmente bello che rischia di essere scambiato per poesia, come qualcosa di romantico che accarezza i sentimenti senza cambiarci la vita.

In realtà, le "Beatitudini" in bocca a Gesù sono un grido che rompe gli equilibri chiusi su cui si regge il mondo, l'inizio della speranza e della forza per una rivoluzione inpensata che dà senso all'universo.

Radicate nelle attese degli antichi profeti, esse sono l'effetto del messaggio che Gesù ha cominciato ad annunciare: "Cambiate mentalità perché il Regno dei cieli è vicino" (Matt.4,17). Tutto ha inizio da questa lieta notizia, il Vangelo di cui Gesù è portatore: non si tratta della dottrina di un maestro particolarmente illuminato, né di un sistema etico più elevato. Si tratta dell'annuncio di un evento accaduto: in lui, Gesù di Nazareth, uomo come tutti, lo Spirito di Dio è disceso, la voce del Padre lo ha proclamato Figlio suo. Dio non è più irraggiungibile, perché Lui stesso è disceso: egli non è più il termine di una impotente ricerca dell'uomo, perché Dio stesso ha cercato e si è donato all'uomo. Questa è la novità del lieto annuncio di Gesù Cristo: chi incontra Lui, incontra quel Dio che vuole donarsi ad ogni uomo. E il radicale cambiamento, la "conversione" che Gesù chiede significa accogliere Dio che si è fatto vicino, lasciarsi amare da Lui e sperimentare che solo accogliendo l'Amore l'uomo diventa capace di amare.

Matteo narra (4,18-25) che l'annuncio di Gesù ha dato inizio ad un inarrestabile movimento di folla che si stringe a Lui: segno dell'umanità che in Lui ha trovato la speranza per intraprendere un cammino insperabile, nuovo popolo di Dio al seguito del nuovo Mosè, che non impone un'altra Legge sulle spalle troppo fragili dell'uomo, ma gli crea un cuore che gli fa vivere una vita nuova. Il "discorso della montagna" che Gesù sta per fare (Matt.5-7), è la carta fondamentale del nuovo popolo di Dio, non più Legge, ma Grazia; vita ben più impegnativa di quella imposta dalla Legge, impossibile se fosse affidata alle forze dell'uomo, ma ormai divenuta connaturale per l'uomo la cui fragilità è stata riempita dall'infinita potenza dell'Amore del Padre. Così, la fragilità diventa potenza, la povertà ricchezza: la logica del mondo è capovolta. Il lieto annuncio di Gesù cambia il mondo: i primi discepoli ne sono talmente afferrati che lasciano tutto e lo seguono. Ormai non si tratta più di cercare le forze per superare il limite umano che rimane invalicabile: l'infinito si è fatto piccolo per riempire e dilatare l'umano, tutto è grazia, dono, Amore. Le "Beatitudini" sono il grido di gioia, di felicità, di Gesù che vive personalmente l'infinito dentro la sua carne: diventano il grido di gioia di ogni uomo che seguendo Lui, ha il coraggio di accettare la propria umanità sentendo che essa non è fallimento, inutilità, disperazione, ma spazio riempito dall'infinito Amore. "Beati i poveri...". Il povero non è un fallito: proprio perché non ha nulla a cui aggrapparsi è amato solo da Dio. Si tratta di credere questo, sperimentarlo e viverlo quotidianamente. "Di essi è il regno dei cieli". L'uomo che avverte la propria povertà, ne ha paura, cerca di farsi ricco, cerca sicurezza aggrappandosi a ciò che poi diventa un idolo: all'uomo povero, che non si crea e non si lega a sicurezze illusorie, Dio dona se stesso. Dio solo riempie l'uomo: quanto è libero e tanto più gusta l'Amore di Dio. Lo studio del testo di Matteo mostra quanto l'evangelista nell'annuncio delle "Beatitudini" sia attento alla sua comunità: c'è pure una preoccupazione pedagogica nel Vangelo. L'annuncio: "beati i poveri..." può pure esporsi a tanti equivoci. Per questo Matteo aggiunge: "in spirito", che non significa una "spiritualizzazione" della povertà, quanto piuttosto l'esigenza di un cammino interiore di ricerca di verità, di sincero abbandono di ogni velleità di crearsi qualsiasi tipo di potente autosufficienza a cui aggrapparsi, per sentire che ciò che dà sicurezza e gioia all'uomo è solo l'Amore accolto in un cuore libero e povero. Così Matteo è preoccupato di chiarire che la povertà è fragilità davanti al mondo, è mitezza, bisogno di giustizia: ma l'Amore di Dio operante proprio dentro ciò che per il mondo è debole, crea già un agire nuovo fatto di misericordia, di purezza di cuore, di gesti di pace e di giustizia. E Matteo non intende illudere la sua comunità: chi crede l'Amore sente più che mai il permanere del limite umano dentro di sé e nel mondo, non si illude di entrare in un mondo di sogno, sperimenta che la pienezza dell'Amore è solo Lui, Dio, ma sente e vede che l'Amore è già adesso l'unica forza che rende bella la vita e dona felicità. L'ultima beatitudine esprime chiaramente la preoccupazione pedagogica di Matteo: la felicità sperimentata dal povero che gusta la forza sconvolgente dell'Amore di Dio è dentro una vita che continua ad essere segnata dal limite umano, in un mondo la cui logica è contraria a quella proclamata da Cristo. L'incontro con Lui è una esperienza così intensamente vera che comunica una felicità così grande che è solo divina, ma che pure illumina e rende lieti anche i nostri giorni oscuri.

Omelia di mons. Gianfranco Poma